Ambróssa

di Leonardo Rosadini

ISSUE #40 - Buio

«Dicono che abbia cucito i suoi vestiti con il nero notturno, tu ci credi?» dice raddrizzando una robusta candela bianca.

«Non so, neanche l’ho mai visto» risponde versando nel proprio bicchiere un liquido trasparente e ambrato.

«Qui non viene mai, l’ha detto anche Altero, l’oste guercio – prende il bicchiere – Altero ha detto che questo lo ha inventato quell’uomo – – protende il busto allargando le palpebre – quel guercio è l’unico, a quanto pare, che sia riuscito ad interagire con il Nottambulo».

«Hai mai bevuto prima questa Ambróssa?»; vibra un malcelato timore nella domanda.

«No, ma Altero sostiene che accenda la verità spegnendo le candele»; osserva il bicchiere, gesto verso sottili labbra esangui: sorso breve e silenzioso. «Non sembra forte».

L’altro scosta una frangia con scatto del collo, e risponde a sorso con sorso.

Nel lato della stanza più distante dal bancone, il focolare è spento, la fiamma della candela non lo raggiunge. Dal buio una voce: « l’Ambrossa, è come il buon vino del signor Weston, essa non sazia e neanche invoglia a sorsi ulteriori, chiunque può chiederla ed ottenere un assaggio senza pagare. Neppure io, che ne possiedo in quantità, conosco la ricetta, ho anche dimenticato come ne venni in possesso. È una bevanda discreta, anonima negli effetti e quasi insapore, nessuno ha mai smaniato altri sorsi, nessuno che la abbia accompagnata con cibo; la si approccia solo per curiosità, come nel vostro caso per sentito dire, : non siete avventori abituali della Taverna Altera. Io, invece, con essa ho un rapporto frequente, misurato, la sorbisco al buio, insieme ad essa accedo ad un me stesso remoto, mi riconosco dopo un oblio temporaneo della mie fattezze. Per voi potrebbe essere un viatico verso quel che non ricordate, verso le identità di voi stessi che immaginate, quelle costruite di giorno in giorno con gli scarti delle decisioni, i se fossi: quando uscirete da qui, la sensazione che d’ora in poi vi abiterà, sarà il mio viatico verso il vostro destino».

Gratta un ferro sul legno del bancone. Soffio deciso di labbra esili sulla candela.

Adattate le retine al buio, riescono a scorgere una sagoma seduta; senza aggiungere fiato, i due escono dalla taverna a passo sicuro, con felpata risolutezza uno chiude la porta alle spalle.

Ora sappiamo abbastanza, inciso sul bancone.


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