Passate le feste, ci si guarda allo specchio e ci si ritrova un po’ più vecchi, più guasti, diversi.
Nessuna crema idratante è in grado di cancellare le borse colossali sotto gli occhi dovute alle lunghe nottate di bisboccia, i segni ai lati della bocca spalancata per ingollare pandoro, le zampe di gallina che vi ha fatto notare vostra zia, quella che ogni anno vi chiede se avete intenzione di sposarvi. Il tempo, quel bastardo, passa senza concederci nessuna revoca e soffia su quei ricordi che avevamo custodito gelosamente. Sognate di restare giovani per sempre? Beh, scordatevelo.
Fare questo lavoro a volte riserva delle sorprese.
Leggo tanto, leggo libri diversissimi tra loro. Libri belli, libri brutti, libri che dimentico in fretta, libri che lasciano il tempo che trovano, libri che ti segnano, che ti cambiano. Questo è il caso di Rughe di Paco Roca.
Questo non è un fumetto. Non si tratta di quattro disegnini messi su con qualche battuta.
Paco Roca ha una grande, grandissima abilità. Paco Roca sa raccontare la vita.
(Ok, è giunto il momento di prendere i kleenex, tanto lo so che anche voi, come me, ciclo a parte, siete molto sensibili). Vi ricordate Woody Allen, quando raccontava che la vita dovrebbe cominciare al contrario? Niente di più vero. In fondo, cosa diventiamo nell’ultima stagione della nostra vita, se non esseri piccoli ed indifesi, bisognosi di affetto e di cure?
Nasciamo, cresciamo, lavoriamo senza sosta per noi e per i nostri figli. Egoisticamente, ma solo un po’, speriamo che tutti questi sacrifici saranno ricompensati.
Poi, la nostra memoria comincia a vacillare. Prima dimentichiamo il nome del nostro cane, poi quello di nostra moglie. Infine, una grossa gomma cancella tutto quello che avevamo imparato. Anche chiudere i bottoni di una camicia diventa difficile. E ci trasformiamo, da onesti lavoratori, da brillanti oratori, da mariti e padri esemplari in una macchia oscura. Diventiamo inutili, un peso da affidare alle braccia di qualcun’altro.
Paco Roca lo chiama Emilio. Tu puoi chiamarlo Giuseppe, come tuo nonno, o Adalgisa, come tua zia. Tu puoi chiamarlo mostro, malattia, cancro della società, afflizione, bruttezza inaudita, tempo che non ritorna, anaffettività, colpa, pena.
Prenditi pure in giro, tanto sai che il suo nome è Alzheimer. E leggi. Questa graphic novel, il giornale, le notizie su internet, l’ultimo bestseller, i mattoni russi. Tieni stretti nei pugni i tuoi ricordi, quelli della tua famiglia, quelli degli sconosciuti incontrati per caso al bar.
Lascia un segno di te, perché, basta poco sai, e non ci sei più.

(di Tamara Viola)