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Lahar #39 ROBERTO BAGGIO

Il 17 luglio del 1994 alle 12.30 a Pasadena, California, è così caldo che in Italia anche la televisione suda.

Lo stadio di football non è fatto per il calcio, e le nostre coronarie in certe serate neppure.

Bebeto e Romario sono così odiati e temuti che potrebbero scatenare la guerra atomica. La combatterebbero a suon di pallonate ed esultanze che imitano, con le braccia a dondoloni, la culla di un bebè.

Baresi si è rotto il menisco tre settimane prima; non sta bene, ha una vistosa fasciatura, ma è il capitano: gioca, tira il rigore, è alto. Marcio Santos se lo fa parare da Pagliuca e per questo poi giocherà nella Fiorentina. Albertini lo mette. Romario anche, con l’aiuto del palo. Chicco Evani lo spara forte sotto la traversa. Branco la scaglia nell’angolo. Massaro se lo fa parare malamente. Dunga ha la spazzola e la faccia da mastino e la butta dentro.

Tocca a lui. Il nono tiro di rigore di una finale che senza di lui non ci sarebbe mai stata. La doppietta agli ottavi contro la Nigeria. Il gol del definitivo 2-1 ai quarti contro la Spagna. I due gol meravigliosi che hanno schiantato la Bulgaria in semifinale. Tocca a lui e lui guarda le stelle che nel caldo infernale di Pasadena sono nascoste dietro al cielo e prova a colpirle, quelle stelle, per ricordarci che siamo mortali e che forse lo sono anche loro.

I bambini piangono, gli adulti piangono, gli esperti abbozzano, i critici tacciono. È lutto nazionale.

Ma i suoi piedi sono più educati della stragrande maggioranza dei tifosi. E poi la carriera di un campione non si esaurisce in un fottuto rigore. Roberto Baggio si rialza, accenna un sorriso malinconico e se ne va.

È seguace di Buddha ed ha orecchini d’oro enormi. Marcello Lippi lo odia. I tifosi del Vicenza lo rimpiangono. Quelli della Fiorentina lo disprezzano (e quindi forse Marcio Santos se lo sono meritato). Quelli della Juventus non lo hanno mai capito. Quelli del Milan hanno sbagliato bandiera. Quelli del Bologna lo adorano. Quelli dell’Inter lo guardano smarriti. Quelli del Brescia lo ricorderanno per sempre.

Lahar lo celebra.
Roberto Baggio, il più forte di tutti.

Dieci, codino, piedi delicati, primo aprile duemilauno stop a seguire contro la Juve, dribbling, assist, tira magistralmente le punizioni e – nonostante tutto – i rigori, più forte delle sue fragili ginocchia, Kenneth Andersson, pallone d’oro, Caldogno, caccia, azienda agricola, beneficienza, il Lippi sbagliato, Del Piero (dualismo imperfetto), malinconia, esempio, nessuna polemica, eroe nazionale.


 

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