De divinatione infelicitatis

di Giorgia Papagno

ISSUE #08 - Superstizioni

Non sono mai stata il tipo di giovane donna che crede nell’esistenza di qualche oscura energia che, facilmente liquidabile con quotidiani gesti al confine con un complesso ossessivo-compulsivo, complotta nell’etere per rovinarmi la vita: ho sempre preferito essere disfattista in partenza, tenendomi stretta alla mistica formula “al peggio non c’è mai fine”. Questo fino a quando le cose non sono iniziate ad andare VERAMENTE male. Così male da meritarsi un avverbio rafforzativo in maiuscolo – scadenze universitarie, scadenze di bollette, cibo scaduto, relazioni con la data di scadenza, sfratti malanni incidenti e accidenti augurati e urlati via costosissime chiamate interurbane mi hanno trasformato in un’ affezionata scongiuratrice, dicendomi che dopo aver tentato la via del pragmatismo e quella dell’abuso di alcool avrei dovuto usare un po’ di fantasia.

Ho incrociato mappe astrali, temi natali, sottoposto i coinquilini più mattinieri alla domenicale tortura dell’oroscopo di Paolo Fox in diretta tv, ravvisato presagi funesti negli occhi del Bagatto e di trionfo in quelli de “L’imperatrice”. Ho recitato mantra in notti di luna piena e gettato calze del mio ex riesumate dal cesto della biancheria dopo averle adeguatamente incensate per sette volte in un corso di acqua corrente, suscitando l’ilarità di matricole di ingegneria lungo il Piovego e disprezzo verso me stessa. Vi chiederete a questo punto se la mia follia abbia mai portato a qualche risultato oltre al rischiare denunce per tentativi di avvelenamento, e me lo sono chiesta molte volte anche io. La risposta a cui sono giunta è che forse, tentando di modificare il mio passato e prevenire un disastroso futuro mi sono persa molti pezzi di presente non abbastanza rilevanti da meritare menzione nel grande libro dei simboli karmici. La conclusione è che forse non sono mai stata superstiziosa, solo molto infelice. Ora le carte non le leggo più, e le stelle preferisco guardarle dalla finestra e sovrapporre alla loro immagine lontana la punta del dito, premerla sul vetro, come fossero solo piccole mosche luminose.

di Giorgia Papagno


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