Desdemona deve morire

di Camilla Tomadini

ISSUE #36 - Foresto

Contrasto. Luce e tenebra. Mani nere sul tuo collo bianco. Le mie dita aspre che violentano, prive di misericordia, la pelle dolce, senza difetto, che ti ricopre la gola.

Da te non un gemito. Solo i tuoi occhi che, privi di ogni accusa, mi fissano, mentre l’ardore vitale lentamente li abbandona. E nell’ultimo guizzo di quella fiamma morente rivedo la luce degli innumerevoli falò della mia infanzia, vividi contro il cielo stellato dell’Africa. Si narravano molte storie in quei giorni lontani attorno al fuoco, ; ricordo che la madre di mia madre mi attirava a sé, premendomi contro il suo fianco ossuto, e mi parlava a lungo del Grande Pesce Bianco. Una creatura, femmina, di infinita bellezza e di infinito mistero che, – diceva –, aveva dimora in un piccolo mare oltre la linea dell’orizzonte. Poi mi afferrava il mento, premendo con le sue dita sottili, e la voce le tremava: “tu la incontrerai sul tuo cammino, piccolo mio, e la amerai, ma fai attenzione, liberatene! o sarà la causa della tua rovina”.

Ed ora, nelle tue iridi chiare che si venano di sangue, simili alle acque torbide, macchiate dalla luce del tramonto, che scorrono placide sotto il ponte Tron, ti vedo come ti vidi la prima volta, un riflesso, la potenza della tua bellezza attutita dalle sottili increspature nella superficie mobile. Oh Desdemona, sono mai riuscito a scindere la tua figura dal bianco levigato dei muri dei palazzi, curvi, che simili a lische sostengono la città? ho Ho mai udito la tua voce senza che vi riverberasse l’eco lontana del mare? ho Ho mai guardato il tuo volto senza che questo fosse offuscato, al mattino, dalla nebbia leggera che sale dai canali, con il suo odore di sale, di fogna, di pietra, di vita?

Non mi appartieni Desdemona, tu appartieni a lei, sei lei, sei la folla variopinta che si raccoglie nelle piazze, sei il vento che si incunea nelle calli, sei il rosso dei tetti, sei l’oro delle chiese, sei il gabbiano che, sgraziato, passeggia sulle fondamenta. Ed io, foresto, mi sono inginocchiato al tuo cospetto, ho rinnegato gli dei per poter posare la mia testa, oscura, sul tuo grembo e, mondo, essere finalmente accolto.

Non è bastato, Desdemona… perché io, l’uomo nuovo, possa vivere e prosperare, tu devi morire. E mentre, rabbioso, continuo a stringere, improvvisamente il tuo corpo muta, sotto le mani sento viscide squame che sfuggono alla mia presa… no! Non posso perderti di nuovo… la notte ti inghiotte. Non distinguo più nulla. Solo il rumore costante delle onde.


Hey tu!

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