I ciliegi

di Elisabetta Ceroni

ISSUE #40 - Buio

Ci piaceva andare fin lassù, la sera, per quella strada che conduceva in collina. Una curva dopo l’altra, sempre più stretta e sempre più buia, dove le stelle avevano la meglio sull’illuminazione artificiale. Quando faceva freddo non uscivamo nemmeno dall’auto, ci fermavamo in un punto e restavamo lì, ognuno al proprio posto, la birra da 33 tra le ginocchia, i finestrini abbassati quel tanto che serviva a buttare fuori il fumo delle nostre sigarette. In primavera invece ci piaceva stare fuori, seduti sui tavoli di legno, nell’erba.

Da loro mi sentivo accolta. Avrebbero potuto fare a meno di me per le loro serate tra il silenzio dei ciliegi, erano amici più o meno leali l’uno con l’altro e si sarebbero bastati, tuttavia sentivo che la mia presenza, unica femminile, li aiutava a essere più distesi e responsabili. Forse pensavano che io stessi chiedendo loro protezione, e in effetti era così. Lui se n’era andato e io non riuscivo più a fidarmi di nessuno, perfino di quelli che erano stati i miei amici. Guardavo tutto e tutti con la stessa fatica di come ci guardavamo noi quattro quando parlavamo in quel parco, dove il buio era così denso certe sere che riuscivamo a distinguere i nostri volti solo grazie alla brace della sigaretta.

Mani gentili uno, capelli arruffati l’altro, occhi di ghiaccio il terzo. La loro personalità era tutta in quei singoli dettagli, sui quali la notte faceva calare il sipario. Alla luce del giorno era così chiara la nostra diversità, io da loro, loro tra loro, : ma fra quegli alberi era armistizio. Mi avevano concesso la loro compagnia o forse li avevo conquistati senza nemmeno rendermene conto, poco a poco, sebbene appartenessimo a due pianeti differenti – quella che studiava e quelli che copiavano. Eppure in quell’ultimo anno di scuola, la cui fine ci avrebbe inevitabilmente cambiato la vita anche se preferivamo non pensarci, mi sentivo a mio agio solo con loro. Li ascoltavo parlare di ragazze, fantacalcio, feste, interrogazioni, stando in silenzio, senza venir giudicata, guardata di sbieco per le mie occhiaie, la mia tristezza e per quell’espressione di eterna delusione sul viso. Non facevamo davvero niente di speciale, fingevamo di essere liberi, ma alle sette del giorno dopo suonava la sveglia. Io però, un po’ libera mi sentivo davvero. Libera come gli estranei. Era come se mi dicessero che se avessi voluto, avrei potuto essere qualcun’altra, una che non lo aveva amato mai.


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