I corteggiatori di Melpomene

di Luigi Siviero

ISSUE #29 - Accidia

Melpomene non mosse mai un dito per accrescere la sua fama di divinità della tragedia. Non fece mai nulla nemmeno per diventare la dea di riferimento in quel particolare settore, se è per questo. Le successe di divenire una musa così, per fatalità, la stessa fatalità che un certo giorno d’estate aveva spinto Zeus a corteggiare sua madre Mnemosine anziché qualunque altra dea, semidea o donna mortale nelle vicinanze, la stessa fatalità che aveva fatto sì che l’ovulo di Mnemosine venisse fecondato proprio da quel particolare spermatozoo e nascesse Melpomene anziché uno degli altri milioni di potenziali figli di Zeus rimasti invece nello stadio di inerte liquido seminale.
Per fatalità nacque Melpomene, come per fatalità nasce chiunque anziché qualcun altro, e per fatalità Melpomene diventò una delle nove muse. Incuriosita dai lavori di costruzione del Teatro di Dioniso, Melpomene si chiese a cosa sarebbe servita un’opera tanto maestosa: un teatro all’aperto in grado di accogliere quindicimila spettatori era un’opera architettonica non da poco per le possibilità dei popoli della Grecia antica. Così, una volta terminati i lavori, Melpomene incominciò ad assistere a tutte le rappresentazioni. Quando il popolo di Atene si riuniva nel teatro Melpomene non mancava mai di sedersi sulle gradinate di pietra. Per quanto la dea guardasse gli spettacoli teatrali messi in scena nel Teatro di Dioniso, non le riusciva tuttavia di sentirsi parte di quell’atmosfera di condivisione che accomunava attori e spettatori. Era impassibile di fronte alla maestria con cui i drammaturghi intessevano i dialoghi, alle qualità attoriali e all’abilità dei costruttori delle macchine usate sul palco. La sua condizione di divinità la poneva a una distanza tale dalle tribolazioni umane che il suo atteggiamento nei confronti di chi le stava attorno era algido e distaccato. Andava a teatro solo perché le dava piacere provare un sentimento simile alla noia: era una condizione della sua divinità incomprensibile agli uomini, allo stesso modo dell’entusiasmo per il teatro che era incomprensibile a ella. Come degli innamorati rifiutati, i drammaturghi si ossessionarono a Melpomene al punto da eleggerla a loro massima fonte di ispirazione, ma nemmeno questo smosse la sua apatia. Fu così che divenne una musa.
La dea si presentò a teatro per secoli. Non mancò a un allestimento nemmeno quando il Teatro di Dioniso cadde in rovina e le tragedie vennero rappresentate di fronte a spalti mezzi vuoti. Poi le tragedie smisero di essere messe in scena, ma Melpomene continuò a sedersi sulle gradinate vuote, sempre nello stesso posto. Fissava il palco dove non recitava nessuno e si annoiava né più né meno di quando aveva assistito agli spettacoli. Nell’Età imperiale gli uomini si scordarono del Teatro di Dioniso, che divenne una rovina coperta da terra ed erbacce, e di Melpomene rimase solo il ricordo di un mito appartenuto a una civiltà ormai tramontata. Ciò che sopravvisse della dea fu la melanconia: il suo insegnamento lasciato in eredità agli artisti della tragedia.


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