Il disprezzo del Medioevo è esso stesso il Medioevo

di Alberto Rosada

ISSUE #33 - Cantagallo

Nell’austera aula, multi discipuli sonnechianti stavano seguendo la lezione del famoso magister. Ipse dixit: “Un’età cupa è quella che stiamo vivendo, o allievi: regresso economico, guerre continue, calo demografico. La plebe ormai non esce più di casa, i barbari minacciano i nostri confini e l’Islam vuole la guerra santa: manca poco alla fine del mondo”.

No dai, magister dixit: “Rispetto ai fasti dell’impero c’è una leggera contrazione del PIL, ma ci sono ottimi segnali di ripresa. Bisogna abolire i dazi doganali, incrementare le esportazioni e bonificare le zone malariche per uscire dalla palude ed entrare in una nuova era di sviluppo”.

Cosa dicevano gli eminenti professoressoni (forse più teologi e astronomi che economisti) al tempo? Vi ho dato la versione “mille e non più mille” e quella liberal-progressista-superottimista. Ma in fondo, durante il Medioevo, sapevano di essere nel Medioevo come noi durante una crisi sappiamo di essere in una crisi?

Magari semplicemente pensavano di essere in una nuova fase della storia, dopo la fine dei culti pagani e la diffusione del cristianesimo. Magari il loro medioevo era il regno di Augusto.

Chissà.

Ma come ci si arroga il diritto di chiamare Medioevo (età di mezzo – talmente superata da non meritarsi neanche un nome proprio) l’epoca precedente? Dai, vogliamo mettere in competizione Fedez con Cecco Angiolieri? Fabio Volo con Sant’Agostino? I graphic Graphic Nnovels con Paolo Uccello? La Gillette con il rasoio di Occam?

In fondo, il disprezzo del Medioevo è esso stesso il Medioevo, cari discipuli. E ora basta deprimersi: “In taberna quando sumus / non curamus quid sit humus / sed ad ludum properamus / cui semper insudamus….”.


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