Il rigore di Pasadena raccontato da Roberto Baggio

di Michele Ghedin

ISSUE #39 – Roberto Baggio

Ho rivisto quella scena almeno un milione di volte.
Ogni giorno della mia vita, prima o poi, mi viene in mente e la rivivo. Fa caldissimo. “Tocca a me”, penso, cercando di farmi coraggio da solo. Che stanchezza. “Forza Roby”, mi dico.

Ho caldo e siamo nella merda. 3 a 2 per loro.

La faccenda è semplice: se segno andiamo avanti. Poi saranno affari degli altri.
Se sbaglio è finita. Ma io questo lo segno, sono sicuro. Devo farlo.

Fa’ sempre la stessa cosa”, mi suggerisce il mio istinto mentre mi avvicino lentamente all’area di rigore, mettendo a fuoco quella figura di cui non riesco quasi a distinguere i contorni, tale è il caldo.

“Un saltino in avanti e si butta un po’ sulla destra. Tranne con Daniele [Massaro, ndr]. Lì dopo il saltino è andato a sinistra.”

Eccolo qua. Decido di incrociarla forte nel sette lì in alto, a sinistra.
Sono deciso. L’ho provato almeno mille volte in allenamento. E in fondo è Taffarel, il portiere del Brasile. E i portieri del Brasile non parano i rigori a me…

Sono pronto.
Aspetto il fischio dell’arbitro.
Prendo la ricorsa.

Tiro.

E quel cazzo di pallone va alto.

“Merda”, ho pensato. “Merda”.
Io non lo so il perché. Me lo sono chiesto spesso. Forse semplicemente doveva andare così. Mi giro e vedo i miei amici disperati, Franco Baresi in lacrime. E penso a tutta la gente a casa che starà facendo lo stesso: piangendo. E non ho parole.

Sono diventato tristemente ancor più famoso per quel rigore. Mi ha etichettato come una sorta di campione incompiuto. Chiunque mi incontri me lo rinfaccia, quel rigore. Non con cattiveria eh, ma comunque me lo ricordano sempre.

Quello che non ricordano mai è che se anche lo avessi segnato poi stava al Brasile. E con un gol avrebbero potuto vincere comunque…

Ma doveva andare così. Un maledetto tiro che ha cambiato per sempre la mia vita. Ma sono convito che in qualche modo, sotto sotto, l’abbia cambiata in meglio.


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