La Dedica

di Luigi Siviero

ISSUE #32 - Amore

Il mio amore per A. non era così importuno e invadente da essere inquadrato nella fattispecie di cui all’art. 660 c.p. (molestia o disturbo alle persone) o addirittura di cui all’art. 612 bis c.p. (atti persecutori).
O almeno spero.
Tuttalpiù poteva sembrare un amore un po’ malsano, ecco, visto che lei non ci stava. Voi la penserete così, ma tanto a me non me ne frega niente. Io lo vedevo come un amore completamente disinteressato!
Tanto disinteressato che nell’estate del 2013, quando ormai era palese che non avrei cavato un ragno da un buco, decisi di dedicarle il mio libro. Nella primavera del 2013 avevo scritto iniziato a scrivere un libro. Un saggio sui fumetti.
Dall’11 settembre a Barack Obama. La storia contemporanea nei fumetti.
A fine giugno il libro era quasi pronto. In pratica mancava solo la dedica.
“Le dedico il libro”, mi dissi.
“Ma proprio no”, pensai il giorno dopo.
“Accompagno la dedica con una poesia scritta da me”, dissi tra me e me il terzo giorno.
Quarto giorno: “Nessuna dedica”.
Ancora quarto giorno: “La dedica sì, però”.
Quinto giorno: “Potrei scrivere ‘Dedicato ad A.’”.
Sesto giorno: “Col cazzo che scrivo la dedica”.
Ancora sesto giorno: “Potrei scrivere ‘Dedicato a [segue nome per intero]’”.
Ancora sesto giorno: “Se scrivo il nome per intero mi denuncia”.
Settimo giorno. Mi consulto con la mia confidente. “La dedica no perché quella poesia è troppo triste” mi dice. “Giusto, altrimenti i lettori pensano che il libro sia dedicato a una che è morta nel crollo delle Torri Gemelle”, faccio io col mio umorismo nero.
Ottavo giorno: “Però la poesia non ci starebbe male”.
Nono giorno: “Col cazzo che scrivo la dedica”.
Così per tutta l’estate.
Alla fine prevalse “Dedicato ad A.”.
C’è scritto proprio così nella prima pagina.
Controllate pure…
L’editore mi spedì le copie di spettanza in dicembre. Scartai il pacco e la prima cosa che feci fu andare da A. per darle una copia.
“È uscito il mio nuovo libro”, le dissi.
Fece una battuta sul fatto che scrivevo un sacco di libri (ne era uscito uno su Dylan Dog l’anno prima). Non ricordo le parole esatte.
“Te ne ho portata una copia”.
“Te la pago” disse svelta, forse per essere sicura di tenere le distanze, ; o forse faceva educatamente i complimenti. Come quando a tavola si rifiuta una pietanza ma poi la si accetta quando viene offerta di nuovo.
“Ho piacere di regalartelo”.
“Te lo pago”.
“Mi faresti davvero un grande piacere se lo accettassi”.
“Va bene. Però questa volta mi scrivi una dedica”.
Incredibile!
Che gancio!
L’anno prima le avevo regalato altri due miei libri. Glieli avevo consegnati così, senza scrivere le classiche dediche con la penna. Questa volta mi chiedeva la dedica personalizzata senza sapere che l’intera tiratura del libro era personalizzata per lei! Così sorrisi e le risposi:
“C’è già la dedica!”.
Arrossì. Aveva capito immediatamente che la dedica era stampata. Aprì il libro per verificare, ma in cuor suo ne era certa. Poi si portò il libro al petto e mi ringraziò.
Sono certo che era felice.
Sono certo che nel momento in cui le dissi “C’è già la dedica!” mi volle bene e fu felice.
Fu per questo motivo che da quel giorno smisi di corteggiarla. Non volevo darle l’impressione che la dedica fosse un modo in più per provarci, cosa che effettivamente non era. E lei non voleva che io ci provassi, ne sono sicuro.
Ma non ho mai smesso di volerle bene.
Ma non ho mai dimenticato che aveva le guance rosse quando si strinse il libro al petto.


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