“Non farti prendere dall’ansia – dici lisciandomi con le dita la fronte corrucciata – che ti vengono le rughe.” Fermo le mani frenetiche a mezz’aria e sorrido, scordando per un attimo l’astio per monoteisti, push-up, carciofini sott’olio, o qualunque altra cosa animasse i miei discorsi fino ad un minuto fa. Forse ti prendo in giro, ma c’è qualcosa di romantico nella tua idea che le rughe siano momenti che restano impressi nella pelle, netti e riconoscibili come scie di aerei (mia nonna pensava ce ne fosse una sul suo volto per ogni spavento che le davo, a sette anni, scagliandomi giù da piste innevate).
Io ne ho due, di rughe, solchi sottili agli angoli della bocca.
Sono lì dalla notte che ti ho conosciuto.

Mi hai accompagnato a casa una sera di dicembre: alle due la luce è vagamente arancione, rompiamo il silenzio con scricchiolio di suole sulla neve e storie rabbiose di tutto il passato che non abbiamo condiviso. Saremo per sempre sinceri e in disamore l’uno per l’altra, giuriamo, le parole tra noi si fanno ampie e leggere come nuvole bianche. Dici che le persone crescono lentamente, e poi di colpo. Dici che a te è successo il giorno che hai smesso di amarla, e noto le piccole righe intorno ai tuoi occhi mentre ricordi come le bugie (tutte vere) uscivano a grappoli dalle sue labbra secche e dure. Non la bacerai mai più.
Facciamo così tardi che i lampioni ci si spengono addosso, e abbiamo finito le sigarette. Tu parli piano, pieno di tristezza per qualcosa che ho dimenticato (della sceneggiatura di quella notte rimangono solo dettagli improbabili e dolci) e io considero davvero la geometria perfetta delle nostre labbra unite. Così, quando mi fai scorrere le dita tra i capelli, vedi il primo vero sorriso degli ultimi sei mesi.
Mi forma due pieghe lievi ai lati della bocca.
Sai, sono ancora lì.

(di Anna Piva)