Le mille e una conquista

di Federica Consogno

ISSUE #33 - Cantagallo

«Chi va là!»

«Son la morte, per servirvi».

Le sentinelle sui camminamenti di ronda si squadrarono sbigottite attraverso le strette fessure degli elmi.

Fu il loro capo a farsi avanti per primo, spintonando con l’elsa della sua saif coloro che intasavano il parapetto: «Stolto, non so chi tu sia né a quale blasone presti fede, ma ti avverto, di buffoni ne abbisogniamo solo per rimpinguare lo stufato!», latrò iracondo.
«Mio signore, sono in vero oltremodo indigesto, credo che la carne di ratto e la pelle dei vostri calzari siano un pasto ben più degno», cantilenò in risposta il cavaliere, estraendo dal fodero un fumante cosciotto di faraona che subito addentò con gusto.

Gli arcieri, carenti di sarcasmo quanto le polverose dispense di cibarie, scoccarono i primi dardi.

Il condottiero li scansò agilmente, pettinandosi i fulvi capelli all’indietro a sfregio del nemico: «Una calorosa accoglienza, degna di Gerusalemme», fischiettò accennando una riverenza.

Sugli alti bastioni, uno ad uno i volti nascosti dalla celata impallidirono; qualche sussurro si librò nella tiepida aria del mattino, ghermito immediatamente da un secco: “no, non può essere lui”.

Lo sgomento già regnava tra gli armati quando l’audace portò alle labbra il suo flauto.

Il suono prodotto dallo stretto giunco fessurato richiamò a sé i flutti del vicino Mar Morto.

L’intera armata saracena vide il prode danzare privo di armatura sulla superficie delle acque, fuse in una possente ondata che spazzò le mura e allagò le vie cittadine…
«E poi?», chiese incalzante il giovane pastorello a guardia della grotta.
«E poi, beh, poi termina come tutte le altre volte! Conquisto Gerusalemme e torno in Germania vincitore!». La risata di Federico fece vibrare l’intera caverna insieme all’ispida barba di fuoco che ne costituiva il pavimento.

Il fanciullo batté le mani fino a spellarsele: «Questa è la più bella, si è superato, Sire! ».
«Inoppugnabile», replicò il sovrano compiaciuto; poi rivolse un cupo sguardo al soffitto: «Quei maledetti corvacci non hanno ancora smesso di gracchiare. Fino all’agognato dì in cui gli verrà a noia volteggiare come stolti attorno alla cima del monte, questo antro sarà il mio limbo. Nell’attesa, tanto vale tenersi pronti!

A proposito, ti ho mai raccontato quella in cui per rompere l’assedio mi fingo un’odalisca?».

«No, mio Sire», disse in tutta sincerità il pargolo, riaccomodandosi nell’avvallamento di barba che fungeva da seggiola.


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