Madre Terra

di Alessandro Calefati

ISSUE #38 – Mamma

«Madre, mi hai fatto violenza.»

«Cosa intendi, figlio?»

«Mi hai fatto violenza, sin dal giorno in cui sono nato. Sai bene di cosa parlo.»

«Come potrei sapere qualcosa che non so?»

«Lo sai e basta, fidati di me.»

«Figlio, tu straparli, come ogni infante non ancora giunto a maturità. Ti credevo un uomo, a quest’ora, e invece? Ti comporti da poppante, accusandomi, senza voler rivelare il motivo, del male che t’avrei arrecato negli anni. Sei uno sciocco. Ma in fondo, diciamocelo, lo sei sempre stato, sin da quando eri in culla; sin da quando giocavi con i robot e i mattoncini colorati, in quella piccola stanza che avevi per mondo. Sciocco sì, ma con un’enorme creatività. Ricordi le storie che inventavi? Le ricordi? Io le rammento tutte. Avrei giurato che da grande avresti fatto lo sceneggiatore per il cinema. Quello americano, magari! I tuoi erano davvero effetti speciali meravigliosi. E io non ho mai interferito in quei momenti. Lo ricordi almeno questo?»

«Lo ricordo.»

«E allora di cosa ti lamenti? Quale sarebbe questa “violenza” indicibile che t’avrei inflitto sin da quando eri in fasce? Stai sempre a lamentarti, tu, ma alla fine non combini mai nulla. Sei semplicemente irrispettoso verso chi ti ha messo al mondo, madre amorevole, lembo di terra sul quale solo poteva crescere il tuo frutto. Se hai messo i primi germogli e sei fiorito, col passare degli anni, lo devi solamente a me, ricordalo. L’educazione familiare, ecco cosa conta davvero. I tuoi amici, quegli scapestrati, possono contare su un amore così grande? Eppure tu questo non lo vedi. Sei cieco all’amore. Lo sei sempre stato. Al mio e a quello di tuo padre, dei tuoi nonni e di chiunque altro ti si è avvicinato, anche solo per un momento. Qual è il segreto di tanta freddezza nei nostri confronti? Rivelalo!»

«Non ho nulla da dire.»

«Prima accusi e poi non parli. Sei solamente un fanfarone. Il più grande di tutti, però. Anche questo, lo sei sempre stato. Avrà a che vedere con le tue storie? Anche oggi stai cercando un finale a effetto? Qualcosa che nessun altro, prima di te, avesse mai tentato? Non capisco mai se parlare con te si riduce a una mera questione di stile. Tu non hai contenuto. Sei vuoto. Il più bel recipiente che io abbia mai trovato — e creato, ahimè. Vorrei carezzarti il viso per farti distogliere lo sguardo da quella vita che non dimentichi mai d’accusare in cagnesco. Cane randagio, tu, hai costruito su quello sguardo la tua intera esistenza. Abbozza un sorriso a tua madre!»

Nessun sorriso

«Come al solito, sembra quasi che tu lo faccia apposta per farmi arrabbiare. Per farmi piangere. Ti divertono le mie lacrime? A che livello di sadismo può giungere la mente di un uomo? Far piangere la propria madre come se si trattasse di uno sconosciuto di cui poco ci importa. Ma a te importa più degli sconosciuti che di me, non è vero? Si è sempre trattato di questo. La diade noto-ignoto invertita, con te. Tutto ciò che conosci, lo schivi, e ciò che t’è estraneo ti attira come un caldo miele zampillante da una sorgente di montagna. L’immagine più fantasiosa che mi sovvenga alla mente. Io, in fin dei conti, non sono una scrittrice. Mentre tu, scrivendo, non sai parlare. Ti ho sempre dovuto tirar fuori le parole con le pinze, manco fossi un’ostetrica delle anime. Sei silenzioso come un muro e a volte, provando a confrontarmi con te, mi viene una gran voglia di prenderti a testate. Sto parlando, ormai, da diversi minuti e tu, invece, lanci la pietra e nascondi la mano. Su, dimmi, qual è il tuo problema con me? Sono tua madre, con me puoi parlare.»

«No, non posso, e tu lo sai. Siamo lontani e vicini allo stesso tempo. Tu mi hai generato e cresciuto — hai detto bene — come una pianta del tuo giardino e questo ci ha legati a doppio filo l’uno all’altra. Ma siamo anche così distanti! Perché mi hai fatto violenza? Ah, non costringermi a parlare…»

«Allora sai aprire quella boccuccia serrata quando vuoi! Continua, continua a parlare. Perché non dovresti? Se ti ho fatto violenza, se l’ho fatto davvero, dovresti almeno sapermene spiegare i motivi. Invece tu taci e mi dai a credere — te lo garantisco — che la tua non sia altro che l’innocente sparata di un ingenuo. Credi di potermi ferire, in questa maniera? Anche oggi non capisco se questo è uno dei tuoi sporchi giochetti.»

«Ma quale gioco e gioco! Tu mi hai fatto violenza e lo sai. Sin da quando ero nella culla e non sapevo nemmeno camminare. Mi parlavi e mi mostravi il mondo, così come lo vedevi tu. Un luogo pieno di gioia, in cui crescere un figlio.»

«E cosa c’è di male in questo. Tu per me sei stato un dono, il più grande di tutti e io ti ho amato con la forza di un sole ardente che, soffiando, dona calore ai viventi. Tu eri il mio vivente. Il mio unico vivente. Parliamoci chiaramente, un genitore è un po’ come un dio che mette al mondo le proprie creature e le protegge fin quando può. Siamo divinità limitate nella potenza, ma facciamo quel che possiamo per farvi sentire amati. Non c’è nessun problema di teodicea per dèi come noi. Pur agendo per il bene, certo, a volte facciamo il male. Ma non abbiamo un grande potere.»

«Ah, come ti odio!»

«Oh, cielo! Sei arrivato ad odiarmi? Cosa mai ti avrò fatto per farmi trattare in questa maniera. Sei profondamente irrispettoso, mentre io — guardami! — cerco di parlare con te in maniera civile.»

«Ma che civile e civile! Di cosa vai blaterando? Come puoi solamente pensare quello che dici? Ho sempre avuto il sospetto che non ascoltassi le parole che uscivano dalla tua bocca e questa, posso dirlo, è una conferma definitiva.»

«E poi sarei io quella che fa violenza. Senti un po’ come mi parla questo ragazzino. Portami il rispetto che mi devi. Ho fatto molto per te, non devi dimenticarlo.»

«Stando a quello che mi dici, non dovrei dimenticare mai nulla. Dovrei essere una libreria o un archivio di tutti i bei gesti che mi hai regalato negli anni. Cosa vorresti, alla fine, un bel contrappeso? Parli tanto di doni, ma il dono puro, davvero, non sai cosa significhi.»

«Perché non provi a spiegarmelo tu, allora, mio bel sapientone? Sei sempre stato tanto stupido e tanto intelligente assieme. Quasi mi spaventa questo tuo carattere bipolare.»

«Cosa dovrei spiegarti, se nemmeno capisci di avermi fatto violenza? Sei una madre che mi crede una pianta e tanto basta. Dove sarebbero le mie radici?»

«Le tue radici, mi chiedi? È sempre più semplice rispondere a queste tue frecciatine, devi essere in un momento di estrema idiozia. Sono in me e in tuo padre, così come in ogni luogo in cui hai vissuto — nei piccoli paesi come nelle grandi città. Sei la somma di tutte queste cose.»

«E il resto? Sono aritmetica pura, per te, lo sono sempre stato. Magari un incrocio di fattori cosmologici!»

«Perché no? Sei sempre stato nemico degli astri e delle regole semplici. Ma queste, più di altre, ci permettono di verificare il comportamento di un uomo. Non avevo ragione su quel tuo amico? Non l’avevo previsto fin dall’inizio come sarebbe andata a finire? Sono una scienziata del carattere e tu lo sai meglio di altri, perché hai provato il mio potere.»

«Una fattucchiera, vorrai dire. La tua scienza si limita al pregiudizio in cui ti muovi da sempre. La superstizione che vuole la madre come un grosso albero da frutto.»

«Di cosa stai cianciando, ora? Credo che tu ti stia parlando addosso. Non sei in grado di dialogare con me, come i tuoi amati filosofi?»

«Non ho intenzione di parlare con te. Voglio invece mandare in malora tutta la tradizione del dialogo! Parli, parli e alla fine? Tutto resta invariato, come prima. Credi davvero che si possa parlare? Sei così ingenua? Fammi capire, ti prego. Perché devo sapere se la violenza che m’hai fatto, almeno, è stata del tutto involontaria. Cambierebbe qualcosa, di certo. Forse non ti odierei più, ma ti compatirei. Non so quale tra le due scelte sia la migliore, devo ammetterlo. Se non altro il primo è un sentimento d’una forza sconvolgente; mentre il secondo… il secondo è pura lascivia nei tuoi confronti. Magari per un giorno o due potrei anche portarti un dolce fatto in casa per la pena che mi faresti — ma che rapporto sarebbe il nostro a quel punto?»

«Mi rassicura sapere che vorresti comunque un rapporto con tua madre. Anche se questo ai tuoi occhi mi trasformerebbe in una specie di dio malvagio.»

«Non è quello che hai detto, che sei una specie di dio che cresce le sue creature innaffiandole come piante? Allora, se è così, prenditi le tue responsabilità.»

«Ma la responsabilità per cosa? Io non capisco, cosa ti ho fatto? Qual è stata la violenza che è stata consumata in maniera tanto cruenta e terribile da non poter essere perdonata?»

«Mi chiedi di perdonarti, eppure non sai cosa hai fatto. Che pretese insensate, le tue»

«Almeno parla, allora! Parla, parla, parla, per dio!»

«Invochi il tuo nome? Non ti sembra di essere un po’ troppo presuntuosa?»

«Il mio nome?»

«Lascia stare, non è certo questo il punto dell’intera questione. Sempre che un punto ci sia. Certo, c’è la questione della violenza, ma accanto a tutta la mia vita. Non è un argomento semplice e mi scuso per averne parlato in questa circostanza.»

«Sei sempre stato uno spirito gentile e ben educato. Ti scusi e per me tutta questa ira ingiustificata è già passata. Sono tua madre, in fin dei conti: devo saperti perdonare.»

«Per un momento ho pensato di lasciar stare. Di dormirci su una notte e di riparlarne chissà quando. Eppure tu hai un’abilità indicibile nel cercare e trovare i nervi scoperti e così li recidi. È impossibile crederti un’ingenua. Ogni tuo gesto deve essere premeditato, anche quella violenza.»

«Non vuoi proprio spiegarmi di cosa ti ostini a parlare?»

«Mi hai fatto violenza e lo sai.»

«Ancora con questa storia, sono stufa delle tue continue lamentele. Sono proprio curiosa di sapere cos’avrò fatto di così terribile.»

«Tu vivi in un mondo che è fatto di rose. Ti aggiri tra i loro petali leggiadra come una ballerina. Il primo passo, il secondo e il terzo in fila, roteando sulla punta dei piedi ben ritta. Carezzi il pistillo con delicatezza e quello ti restituisce il suo polline. Non t’accorgi, però, che così facendo hai messo al mondo una creatura tra le spine. Quando provo a vivere in quel mondo incantato non faccio altro che spostarmi di gambo in gambo, con mani grondanti di sangue. Nelle ferite, la terra. La stessa, calda e soffice, che mi ha cresciuto e che ora mi infetta.»

«Non hai sempre odiato i poeti e il loro linguaggio figurato? Questi lampi d’immagini, almeno a me, non dicono nulla. Parla chiaro e direttamente.»

«Come si può dire direttamente quello che ho da dirti? Come si può, come si può! Non si può dire.»

«Ma tu prova, almeno! Cosa sarà mai di così imponente? Ogni cosa può essere detta, basta la giusta dose di impegno.»

«Eccola di nuovo che ci riprova. Ma proprio non ti rendi conto, allora! Forse dovrei proprio sbilanciarmi e dirtelo. Forse dovrei proprio provare, pur avendo la certezza di fallire. Come si può comunicare una vita — una vita intera — in una singola frase? Neanche condensandola in un libro ci riuscirei. Nemmeno concentrandomi unicamente sulle parti rilevanti. Forse dovrei essere davvero un poeta, quelli da cui si traggono aforismi per imparare a ruminare — come le vacche, diceva qualcuno. Eppure non lo sono e non ho nemmeno un singolo addensante. Sembrerà tutto liquido e molle. Un’esternazione puerile e sciocca.»

«Stai mettendo le mani avanti? Suvvia, che genere di giustificazione ti serve per me, tua madre? Comunque parlerai io saprò capire.»

«Quanto ancora di tutto questo potranno sopportare le mie orecchie e i miei occhi? Vuoi davvero che io parli?»

«Lo voglio.»

«È un giuramento questo.»

«Lo è.»

Silenzio

«Sei stata una brava madre.»

In quel momento un fuoco divampò attorno al suo corpo di carta, sino a consumarlo ben dentro le ossa. Di lui rimase solamente quel che sembrava il fondo di un posacenere, con qualche osso conservatosi a mo’ di mozzicone.

La madre girò attorno a ciò che restava del figlio e scoppiò in un grande pianto. Con le braccia, contratte e nervose, raccolse le ceneri in un gran gesto. Le mani strette in pugni impegnati a non far cadere nemmeno il più piccolo granello. Lambita la bocca, il materiale residuale si scontrò con la superficie umida e divenne pastosa. La saliva continuava a sgorgare in quella bottega di ceramista improvvisata. Raggiunta la durezza perfetta e lavorato il panetto ottenuto, venne modellato un fantoccio con le sembianze del giovane.

La madre pareva felice e — assieme al pianto — ora appariva un sorriso. Non sapeva ancora quanto fosse stata insultata.


Hey tu!

Facebook è malvagio e non ti fa vedere tutte le nostre cose! Iscriviti alla newsletter per non perdere i nuovi numeri e eventi Lahar Magazine. Ah, ogni tanto mandiamo anche delle storie a sorpresa, così.