Morte a Venezia di un cristallo siriaco

di Federica Iacona

ISSUE #36 - Foresto

Tre tonfi sordi sul legno; l’ultima, rapida resistenza del coperchio e poi ecco la luce indorare la mia raffinata molatura. Mani svelte sfilano il panno lanoso che ha protetto le mie fragilità in queste sofferte settimane di viaggio. I fianchi dei costoni della Cilicia sono ormai lontani. Riesco a distinguere perfettamente il blu opaco del mare che ho salutato da queste nebbie verdazzurre. Il vespaio di Laiazzo e le sue voci cantilenanti non sono che un ricordo: giungo infine a Venezia. Bisogna ch’io diventi il prezioso vezzo sulla tavola di uno sdegnoso patrizio; bisogna che quand’egli inviterà i suoi ospiti il mio smalto purpureo accenda il desiderio, in altri, di possedermi. Perciò altre mani, adesso, accorrono a sollevarmi e ad esaminare le mie trasparenze perfette. Elevato all’altezza dello sguardo azzurro e puntuto di un uomo, riesco a scorgere i palazzi che biancheggiano nella penombra, il canale verdognolo che sprigiona la sua umidità e i profili incuranti di mercanti dalla pelle cotta dal sole.

«Sti qua i xe boni!»

«El megio vero de la Siria che ghe sia!»

Non faccio in tempo a conoscere il valore che essi hanno stabilito per noi: con maestria l’uomo dallo sguardo azzurro riavvolge me e gli altri calici nel panno e ci condanna ad altri giorni di oscurità. Torniamo a nuova vita quando, in un tramonto succoso come un’arancia, ci si offre alla vista di avidi commensali. La sera è vicina, l’orrido olezzo proveniente dalle cucine non turba la mia fierezza, né quella dei miei compagni. Le finestre aperte su Campo San Giovanni Grisostomo tradiscono una bella primavera.
Se già allora, prima di levare, avessi saputo che i silenzi delle calli deserte avrebbero riempito i miei sensi in questo modo, avrei preferito andare in frantumi dentro la galea. Insopportabile è l’idea che tutto ciò finisca, che il fuoco possa un giorno distruggere queste dimore. Ma fintanto che sarò qui, potrò godere dell’unto bacio di una putanèla, del disvelamento degli imbrogli di questi signori, spiare attraverso il vino l’estenuante amplesso di due amanti che tanto ricorda i flutti che mi agitarono.

Muore la notte. Tutto rimane invariato, tranne i nervi di questa zambracca dal volto increspato. Decide, lei, di punire il vecchio amico servendosi della mia bellezza. Il volo mi schianta fuori, sui primi ori che patinano la laguna: lo sfacelo è tale che non mi resta che supplicare le nuvole di non transitare su di me. La Persia mi fece, disfami Venezia; ma fui, per un poco, felice.


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