Meglio darsi una mossa.
Ama usare la bicicletta del fratello Tommaso, lo amava fare ancora di più quando lui ancora non si era frantumato per il tragico evento e per rimettere insieme i cocci era partito per l’America.
Scoperto il piccolo furto, Tommaso si infastidiva terribilmente. O forse fingeva di infastidirsi per abitudine, per bisticciare quasi fossero ancora quei bambini che trovavano nel litigio l’unico modo per esprimere il loro reciproco effetto.

Frustate sull’epidermide.
Alveoli impazziti.
Recettori visivi che percepiscono la realtà sbiadita, non ne vedono i contorni, il disegno accademico è stato abolito.
Le due gambe compagne di fatica, una aiuta l’altra ma tra loro si instaura un’implicita sfida: quale mollerà per prima?

Per Cecilia la bicicletta è arte e mito, di certo non logos.
Per Cecilia la bicicletta è evasione, non socializzazione.
Per Cecilia la bicicletta è consapevolezza, ma solo di ciò che lei sceglie.

A volte si sente come una spina i cui fili non sono più isolati, teme il cortocircuito e allora inforca la bici e va. Non deve per forza sfrecciare per scaricare quel campo elettrico, i pensieri hanno gambe sicuramente più celeri delle sue. L’importante è dare libero sfogo all’emisfero destro.
Con la coda dell’occhio, che lacrima se fa troppo freddo, le sembra quasi di vedere le scarpe di piombo che si è tolta prima di montare in sella. Scarpe fatte di schemi, ordine, strategie, praticità, sapere…sapere…è proprio quando si rende conto di sapere troppo o di non sapere più nulla con certezza che fugge.
Corre via da quei mesi rappresentati razionalmente su un misero foglio di carta come un insieme di date, orari, impegni, scadenze, promemoria, ricorrenze. E accoglie quei mesi pulsanti di concretezza: mesi fatti di tinte, odori; mesi che rappresentano quelle stagioni che ogni tanto vanno percepite appieno se non si vuole cadere in abitudine e banalità.

Per Cecilia la bicicletta è ossigeno.
Ossigeno in una vita di deossiemoglobina in cui ci si scorda continuamente ciò che ci rende vivi, e all’improvviso ci si trova quasi soffocati proprio da quelle cose per cui ci si è tanto e troppo prodigati.
Quella ragazza non capirà mai perché ci si trova sempre all’estremo prima di fermarsi a riflettere sul fatto che sono proprio gli aspetti in cui l’uomo crede di realizzarsi che ad un certo punto gli fanno perdere di vista quello che lo nutre realmente.

Sarà una banalità, ma Cecilia vede più di un’anima sbiadita attorno a lei.
Anime che hanno dimenticato che il denaro serve, ma non nutre.
Che successo e potere affascinano, ma non nutrono.
Che vestiti, mobili, apparecchi elettronici sono utili, ma non nutrono.
E queste anime grigie dimenticano perché sono troppo sicure e statiche, cristallizzate in quel che sono e in quel che hanno.
Cecilia conosce un rimedio: la bicicletta.

Una pausa tra i continui ritornelli della vita quotidiana, una pausa che anche se non è scritta sullo spartito va aggiunta se non vogliamo arrivare alla fine del componimento con il fiatone.
Una pausa particolare, perché si realizza con una corsa su una bici e il fiatone lo fa patire ai polmoni e non all’anima.
Lo sforzo della pedalata si accompagna con la soddisfazione dei chilometri macinati, e intanto la mente scollegata crea una propria rappresentazione del mondo.

Finalmente i contorni della realtà sono abbastanza sfumati da permettere di metterci in discussione.
Quasi fossimo dentro la caverna del mito di Platone e ci fosse venuto il dubbio che, forse, quello che osserviamo da un’eternità è solo l’ombra di qualcosa di più luminoso e sconfinato che si trova alle nostre spalle. Qualcosa oltre al quale c’è sempre altro ancora.

Ed è proprio immersa in questa natura, diventata un quadro impressionista, che Cecilia ritrova ciò che la nutre davvero.
La bici le ha dato il coraggio di ricominciare la ricerca che la routine le aveva fatto abbandonare.
Quasi che a un certo punto l’uomo dimentichi quel pensiero paradossalmente spensierato che può farlo librare, anzi che dimentichi addirittura di averlo quel pensiero.

Ma Cecilia lo ritrova. Perché per lei la bici è un promemoria naturale.
Il nutrimento per la sua anima uggiosa è il ricordo di quella persona che, quando lei ancora non aveva tolto le rotelle, la caricava su un seggiolino affinché potesse godersi quella mostra di quadri impressionisti qual è la natura vista da sopra una sella.
Ed ecco che il suo emisfero destro, mentre Cecilia scende con i muscoli dolenti dalla bicicletta, si riempie di un’unica, eterna, colorata, avvolgente immagine: il viso del suo papà, raggiante come una volta ma purtroppo ora irraggiungibile da carezze fatte con il palmo della mano. A consolarli sono rimaste solo le carezze fatte con la mente e con il cuore.
Cecilia mette il cavalletto e lo sguardo le cade inevitabilmente su un’altra bicicletta, più grande, più vecchia, più impolverata, più ingombra di ricordi.
“Alla prossima pedalata, papà!”

“Ad un mio amico.”

(di Sally Parolin)