Prospettiva Nevskij

di Stefano Grisenti

ISSUE #34 - Gazjeta

La neve cominciò a cadere nel momento stesso in cui gli spari si fecero più forti. La terra fu scossa dalle vibrazioni provocate dall’esplosioni e dal peso incessante dei passi, rapidi quelli dei rivoltosi, marziali quelli dei soldati zaristi. La terra tremò, e così dovette fare il cielo, pensai, poiché grossi fiocchi bianchi scesero lenti dalle gonfie nuvole grigie di febbraio. Notai che fui l’unico ad accorgermi di quella paradossale manifestazione di dolcezza, l’unico che sentì sul volto i freddi cristalli accarezzarmi il viso. Chiusi gli occhi per un istante, sentivo la gente corrermi a fianco, sfiorarmi senza mai toccarmi, quasi come se fossi una presenza invisibile ed eterea. O forse i fantasmi erano loro. No, non ancora. La spalla di un giovane rivoluzionario urtò prepotentemente la mia. Aprii gli occhi e vidi Krasimir raccogliere una pietra e lanciarla con forza davanti a sé. Come una catapulta il suo braccio percorse un semicerchio nell’aria, talmente violento che mi stupii di come il braccio fosse rimasto ancora attaccato al corpo. Mi guardò, intimandomi con lo sguardo a fuggire come tutti gli altri. Il suo sguardo rivelava tutta la sua paura, ma non solo. Qualcosa di più inquietante e terribile si celava dietro quel viso spaventato.

Nell’istante esatto in cui arrivò la pallottola non me ne accorsi nemmeno ma sentii le gambe indebolirsi e piegarsi verso il terreno gelato, la vista offuscarsi in tanti puntini neri. Un urlo di dolore mi partì dal basso ventre, e tanta fu la strada che dovette percorrere che quando mi uscì dalla bocca non fu nient’altro che un sospiro, un gemito caldo e umido di vapore.

Quando mi ritornò la vista vidi Krasimir per terra, il viso rivolto all’indietro e la fronte perforata da un proiettile. Un caldo silenzio mi avvolse, e tutto ciò che riuscii a distinguere era l’impercettibile fruscio della neve scendere e appoggiarsi per terra, sulle case e i loro tetti, sulla gente e i loro cadaveri. Fuori: la rivoluzione. Una pallottola mi passò a qualche centimetro dall’orecchio spezzando la bolla di quiete che mi ero inconsciamente creato. Guardai per l’ultima volta il vuoto negli occhi del mio amico, privi perfino della consapevolezza stessa della propria morte, mentre mi lasciavo trasportare, inerte, dalla gente che scappava.

I colpi cessarono e la neve smise di cadere. Un ultimo fiocco fluttuò nell’aria satura dell’odore del sangue e della polvere da sparo. Ondeggiò, timido, e si posò con delicatezza sul mio zigomo sinistro mentre dall’occhio scendeva una lacrima. L’incontro con il minuscolo cristallo gelido la fece rallentare fino a fermarsi per una frazione di secondo, per poi invece riprendere il suo corso, accelerata dal peso aggiuntivo di quella porzione infinitesimale di neve. La nuova goccia raggiunse le mie labbra pallide, le quali s’incresparono appena, stupite dal dolce sapore di quella lacrima amara.

Dopo quel giorno non nevicò per una settimana. Non vi fu nessun manto candido a coprire il blu dei corpi lasciati sui marciapiedi a gelare o il rosso delle macchie impregnate di sangue nella neve. Per una settimana un sole invitante ci spinse fuori dalle nostre case, per ricordarci, meschino, l’orrore che avevamo compiuto.


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