Where the hell is Hayfork

di Laura Canto

ISSUE #38 – Mamma

Ne aveva previste di cose, ma i solchi sul muro, quelli proprio no. Staccandosi, la pallina di patafix aveva portato con sé non solo un pezzetto di carta, ma anche qualche frammento di intonaco, rendendosi inutilizzabile. È che all’inizio quel rettangolo – sarà stato un metro quadrato? Di meno? – le era sembrato perfetto per la cartina: lì, sopra la porta d’entrata, a ricordarle il vero confine fisico della sua stanza. Le piacevano le cose simboliche, piccole, ma cariche di significato: quindi aveva preso un evidenziatore verde, e aveva segnato sulla mappa il tragitto esatto che aveva fatto durante quelle settimane negli Stati Uniti.

La prima volta che aveva sentito parlare de “L’America” era stato in casa dei nonni. O meglio: in quella che poi sarebbe diventata la sua casa, anche se all’epoca non ne aveva minimamente l’aspetto. “L’America” era qualcosa che aveva sentito nell’aria. L’aveva percepita a pelle, un sostrato gelatinoso che avvolgeva oggetti, discorsi, parole. L’aveva percepita pur non sapendo dove collocarla del tempo, perché aveva quell’età in cui distinguere un preciso periodo temporale non aveva alcuna rilevanza pratica; si limitava a sapere che fosse successo, e poco importava se si trattava del giorno precedente o di dieci anni prima. Per questo lei “L’America” l’aveva percepita anche su quel quadernino dalla copertina gialla, con un Topolino, e pure una Minnie, e accanto a loro la scritta “Disneyland” in corsivo. L’aveva osservato da vicino, avvicinandosi alla finestra, guardando i riflessi che la luce creava sul dorso delle pagine dorate. Era un quaderno un po’ strano, in effetti.

Non ricordava cosa avesse trovato poi. Forse il cappello, quello col frontino, rosso e bianco con la scritta sul davanti verde scuro, “Where the hell is Hayfork”. O forse le lettere. Riempivano una scatola, queste buste sottilissime, così sottili come non ne aveva mai viste. Ogni lettera aveva almeno due, tre pagine fitte di parole, fronte retro, su carta leggera. Sembrava carta velina; l’aveva guardata controluce, era carta velina, ne era certa. Le buste avevano un motivetto rosso, verde e bianco, e fuori questo timbro, “par avion”; perché nel 1985 le lettere si pagavano a peso, e la carta doveva pesare poco. Soprattutto se avevi tante cose da raccontare. Le lettere erano di due tipi, aveva imparato a distinguerle: un gruppo aveva una scrittura tondeggiante, restava la stessa su tutti i fogli. La riconosceva, era la scrittura delle giustificazioni e delle firme sul diario, dei biglietti di auguri, della lista della spesa. Del secondo gruppo invece facevano parte le buste leggermente più grosse, piccoli plichi che contenevano qualche foglio in più, distribuiti ordinatamente su tre calligrafie diverse.

Quando le aveva lette per la prima volta si era sentita come stesse sbirciando dal buco della serratura una vita che non le apparteneva, nonostante ne conoscesse gli attori. Le aveva rimesse via, imbarazzata, mentre una punta di curiosità si faceva strada dentro di lei, lentamente, ma a passo deciso. Una sensazione, quella curiosità, che le sarebbe diventata familiare, eccome se lo sarebbe diventata.

Andava molto fiera delle sue scoperte, dei piccoli frammenti di puzzle che aveva raccattato in giro, un po’ alla volta, nel corso del tempo. Fino a quando, un pomeriggio, aveva trovato il pezzo mancante: quello di cui era più orgogliosa, perché era grande, aveva le foto, e la copertina ruvida. “Eighty five”, c’era scritto sopra. Lo apriva, lo sfogliava, incontrava calligrafie inclinate, o spigolose, o più morbide; una firma, una parola o una piccola porzione di testo. Stavano lì, tra i ritratti sorridenti di persone dalle pettinature curiose, vestiti eleganti; era così evidente, anche se era un’eleganza che lei non capiva, troppo lontana dagli standard che aveva conosciuto fino a quel momento.

La cartina degli Stati Uniti era durata più di quanto avesse previsto, appesa alla parete. Quando il patafix si era seccato, però aveva dovuto rassegnarsi, e ripiegarla dove l’avrebbe dimenticata per parecchi anni. La ritrovò molto tempo dopo, in uno di quei momenti della vita in cui c’è bisogno di fare spazio; e per farlo, bisogna decidere cosa portare con sé e cosa lasciarsi dietro. Aveva i bordi strappati, l’evidenziatore verde era scolorito. Però si scorgeva ancora una piccola annotazione a matita, sul lato sinistro della mappa, da qualche parte all’altezza della California. Lì aveva fatto un pallino, e si poteva ancora leggere “Where the hell is Hayfork”. 


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