Bisogno di notte

di Luigi Villanova

ISSUE #08 - Superstizioni

Quel gran genio del Renato. Gli sboccia il cogito in mano più potente di una radiazione. Razionalizzando tutto, senza pietà. Implacabile aufklarung che illumina a giorno, impallidisce ogni mistero. E sparisce l’incanto, non c’è più devozione. I fiori sono composti organici. L’aurora, una rifrazione di luci. L’agonia di un cancro una neoplasia invasiva. L’amore, una scarica ormonale. Eppure quell’anteriore alla ragione, quel prima del prima che viene prima del pensiero. Quella notte oscura dove il lume si perde nella follia e le nottole volano basse. Notte in cui non si distingue un gatto da un uomo. Spalancarsi dell’abisso sotto la ragione, ma anche sopra di essa come una bocca che la pervade da ogni parte quando equazioni e teoremi non restituiscono la meraviglia di una noce. Notte in cui tutti i pensieri si sciolgono in abbracci. I silenzi in parole. La notte della ragione è la ragione della notte. Notte ci dev’essere, e bruma per preservare l’umano dall’ansia corrosiva di spiegare tutto, di pensare tutto, di dire l’ultima parola su tutto. L’amuleto sullo specchietto, il santo sfregato col panno, il rosario stretto (e mai detto) sono corredo della notte, non quanto è povero di cultura. È ciò che viene prima della cultura e che la cultura non esaurisce. Quando sulle soglie del senso ti sporgi sull’abisso dell’incomprensibile, dell’impreciso, dello strano, del tremendo e del meraviglioso, cadi in ginocchio davanti ad una statua. Ti trovi a bisbigliare litanie a mezzabocca. O a cercare la colonna dell’oroscopo. Scaramanzia è il gesto goffo del sentire la brina della notte. Posa forse un po’ volgare, senz’altro disarticolata. Eppure finissima in sé. Traccia della presenza di un Notturno che non riesci ad acchiappare. E che ha molti nomi: Dio, Destino, Nulla, Vuoto, Felicità, Inquietudine, Smarrimento, Infinito. Chissà quale gli daremo. Intanto per fortuna che c’è. Le nostre superstizioni, informi e deformi, forse lo accarezzano storte. Ma dicono anche che noi siamo più di noi. E che quel Serale che sfidiamo è quanto ci divide dai lombrichi.

(di Luigi Villanova)


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