Alice sta scrivendo.
È sera, un sole arancio rotola nei prugna e malva del tramonto, la collina si stiracchia con un sospiro ventoso dopo una giornata esageratamente assolata. Alice picchietta concentrata sui tasti, il viso stanco circonfuso dal chiarore lattiginoso dello schermo. Lancia uno sguardo al vorticare di colori nel quadro della finestra, un sorriso piccolo e vago sale a schiarirle lo sguardo appannato. Torce il collo inarca la schiena, stende le gambe allunga le braccia, come una grande tartaruga se ne esce dal guscio scricchiolante della sedia. Appoggiata al piano della cucina, i suoi pensieri si svolgono come un nastro di seta, si impigliano nell’improvviso tintinnare di chiavi sul pianerottolo.
Nel déjà-vu di tutti i suoi giorni, Alice attende lo strisciare rumoroso della porta sul pavimento di cotto, lo schiocco secco della tracolla di cuoio appesa al muro, lo scalpiccio impaziente dei suoi piedi nelle scarpe nuove. Lui sta fischiettando, la casa è subito colma di suono. Alice assapora l’emozione crescente, fremente ma immobile. I morbidi tonfi del suo camminare e poi lui è in cucina, la guarda incorniciata nel vano della porta e per un attimo tentenna, la mano appoggiata allo stipite. Prende fiato, si dondola un’ultima volta sulla punta delle scarpe cigolanti, poi entra.

-“Alice”

L’apice di quell’attesa sonora, la sua bocca rossa che si apre accogliente sulla “A”, scivola sul ghiaccio della sillaba successiva e morde golosa l’ultima, succhiandola come una ciliegia. A-li-ce. Dopo che il nome è deflagrato nella minuscola stanza, la voce musicale si lancia in una cascata di sussurri, in un gorgoglio di risate: come un ruscello che precipita, saltella, ribolle, l’uomo racconta, parlotta, domanda.
Alice non risponde. Lui è rumore e il rosso delle foglie d’acero è il colore del suo rumore, quello che esplode dietro gli occhi di Alice quando lo pensa.
Lui mormora, bisbiglia, poi si zittisce. La guarda appoggiata al piano della cucina; non un corpo ma una macchia, la massa di capelli nocciola, le monete dorate degli occhi, l’ombra rosata delle labbra, l’incarnato di pallida cipria, le unghie come mezzelune di perla. Ripete, come una litania, il suo nome: l’unico che conosce per tutto quel colore, la sola nota della sua musica in grado di raccontarlo tutto. Le sfila la vera spessa dal dito, l’appoggia con attenzione sul piattino di ceramica che lei usa come posacenere, per quei cinque minuti la vuole sua.

(di Alice Securo)