Il serenissimo principe fa sapere

di Chiara Velicogna

ISSUE #36 - Foresto

Spesso faccio un esperimento mentale, quando arrivo la sera a Venezia, e uscita dalla stazione mi lascio alle spalle il comune modo di vivere del mondo nel XXI secolo. Funziona così: si sceglie una data a caso, prima del 1800, e si cerca di immaginare come potesse essere la città in quel momento, cancellando mentalmente gli edifici non ancora costruiti, spegnendo i lampioni elettrici, ignorando il rumore dei motori di taxi e vaporetti.

Se per esempio ci fossimo incamminati verso San Marco da Santa Lucia una sera del 1746, avremmo percorso una stretta fondamenta lungo il rio di San Geremia, oltrepassando a un certo punto l’ambasciata di Spagna. Avremmo potuto incontrare contrabbandieri di vino – – la Serenissima tassava abbondantemente in quel periodo – – ma supponiamo che in questa serata di metà aAprile, già un po’ mite, anche i contrabbandieri spagnoli siano in qualche osteria a far baldoria. Nel mentre, continuando a camminare, siamo arrivati fino in cima al ponte di Cannaregio, i cui gradini malmessi fanno dannare sia il parroco di San Leonardo sia le povere anime dei moribondi che dovrebbe raggiungere, ma che non riceveranno gli estremi riti per colpa della negligenza dei Provveditori di Comun. Probabilmente Luigi Zen non abita nei pressi, e le suppliche da San Leonardo e San Geremia vengono lette e infilzate nella categoria “quando il proto avrà tempo lo manderemo, si sa che dopotutto nella lamentela i preti non lesinano”. Pausa in cima al ponte, che giù in fondo si sentono degli schiamazzi venire dalle botteghe: servono caffè, ma anche vino – anche se spesso gli avventori più molesti arrivano già ubriachi. Pare che anche stasera non faccia eccezione, tanto che uno di questi – – foresto dicono gli altri, furlano – – sia è stato steso da uno sconosciuto con un manrovescio. Al punto che appena ripresi i sensi (o quel poco che gliene rimaneva) sarebbe corso in cerca del colpevole lungo tutta la fondamenta dell’ambasciata di Francia minacciando tutti i passanti, finchè finché la guardia francese, con tutte le migliori intenzioni pacificatrici ed educative, non gli ha avrebbe assestato un paio di bastonate. Ma si sa che il vino rende audaci, e sprezzante del pericolo il furlano corre su per il ponte e di nuovo giù verso casa a San Giobbe-  – non senza inciampare nella lista di qualche gradino – – a prendere uno stiletto, che sicuramente avrebbe fatto comparire il colpevole. Quest’ultimo naturalmente s’era dileguato da un pezzo, ma il nostro furlano (Giacomo, dicono) probabilmente di ogni passante ne vede tre copie, e tutte e tre l’hanno offeso mortalmente. Il guardaportone del monastero di San Giobbe di queste scene ne avrà viste parecchie e la sua pazienza è già al limite: vedendo l’ennesimo ubriaco armato pensa bene di tirargli una palla di ferro in testa, ferendolo a morte. I padri francescani pare siano però più pietosi del loro guardiano, e tirano dentro il povero Giacomo per prestargli qualche soccorso, delegando poi il resto ai loro confratelli ai Santi Giovanni e Paolo. Nel mentre si sono fatte le due inoltrate, il vociare scema, le lanterne si spengono: anche uno dei Guardiani di Notte andrà verso casa.

Gennaio 1767, son passati quasi sessant’anni dalla gelata del 1709, ha nevicato come più non se ne aveva memoria. Venezia non è posto per la neve, si mischia con la terra battuta delle calli e fondamenta ancora non lastricate, durante il giorno si scioglie e a sera ghiaccia, rendendo il selciato già irregolare quasi impraticabile. Insomma, un disastro. In più la neve è pesante e si fa fatica a spostare: tutti scaricano il barile ai tutti e la neve resta lì. Ne scivola uno, ne scivolano due, si sommano le lamentele: e i provveditori intimano: levate quella maledetta neve buttandola in canale, è tanto difficile?

Torniamo verso Santa Lucia, un giorno di sSettembre del 1789. La Serenissima è agli sgoccioli, sono gli ultimi momenti per vedere ancora le barche sul Rio di San Leonardo o ammirare il leone di San Marco scolpito sulla chiave di volta dell’arco del ponte. Dalle poche case di Mestre in poi è tutta campagna, e in una campagna lontana pare che anche abbiano fatto la rivoluzione. Forse qualcuno presagiva che tutto ciò avrebbe avuto conseguenze anche in laguna, ma in quel questo momento le botteghe ai piedi del ponte continuano gli affari come al solito, le calli e le fondamente vengono pian piano lastricatilastricate, con buona pace dei parroci di San Leonardo e San Geremia (quest’ultimo poi particolarmente soddisfatto del buon procedere dei lavori alla chiesa). E gli affari significano il solito Pietro Gallo che, nomen omen, pretende polli cotti a credito e se giri un attimo la testa te li ruba. La pazienza la possono perdere tutti, ma qualche pollo varrà bene la vita di un macellaio? Pietro Gallo spacca la testa a Francesco Acerbi, e i bottegai che magari prima litigavano per un confine non rispettato si riuniscono e si rivolgono alla giustizia.

Scendo i gradini del ponte, pian piano il rio di San Geremia diventa lastricato, compaiono le maschere, i bar, la pizzeria, il pub, le infradito a qualsiasi stagione, i trolley. Risalgo sul treno, ritorno al XXI secolo.

ogni Ogni riferimento a vicende effettivamente accadute è puramente intenzionale e reso possibile dall’Archivio di Stato di Venezia.


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