Per me, il buio sono io

di Niccolò Gatto

ISSUE #40 - Buio

Spesso il buio è una ragione, una causa, un effetto. È il rovescio della medaglia, l’opzione che non consideriamo. Un modo di essere che ha bisogno di spazio, esattamente come la luce.

Per me il buio sono io, e tutti noi siamo buio e luce, che è molto di più della classica distinzione tra il bene e il male. Buio e luce non hanno connotazioni emotive finché qualcuno non gliele accolla, sono solo definizioni figurate di uno stato, di un momento in continuo divenire. È un po’ come estremo e centro, : anche in questo caso si può notare solo un’indicazione geografica, eppure l’estremismo è ben altro, proprio come il centrismo. È buffo.

Se penso al buio così, su due piedi, mi vengono in mente la bambina di The Ring e l’ansia. Entrambe sono il risultato di una deformazione e rappresentano la prova inconfutabile che le cose brutte ce le inventiamo sempre.

Sono un inguaribile cacasotto, sensibile alle immagini forti e tremendamente impaurito dai film horror, non ne trovo davvero il senso. Non ricordo con precisione quando ho visto per la prima volta quella forma, immagino di essere capitato per caso davanti alla televisione, ma ricordo bene come si è impressa silenziosamente dentro di me, senza darmi il tempo di capire cosa fosse. Ho visto semplicemente la famosa Samara uscire dal pozzo, chi se la scorda quella scena? Ho visto lei, le sue braccia spigolose che strisciavano sulla terra, ma soprattutto ho visto i suoi capelli.

I capelli rovesciati completamente in avanti creavano questa sorta di maschera, questo muro nero che ti impediva di vederla in faccia. Geometricamente assumeva la forma di un semicerchio allungato in verticale, dritto e nero, che la copriva fino al petto. Questo contorno preciso non ha significato nulla li lì per lì, di certo non mi andava di soffermarmici con lo sguardo, ma non mi faceva propriamente paura. Il problema è stato trasporre quel contorno di capelli neri sullo schienale della sedia in camera, la prima cosa su cui si soffermano i miei occhi nel momento in cui li apro, da quando dormo in quella stanza. Fa ridere, ma per mesi ho continuato a vedere quella forma, in qualunque modo mettessi quella dannata sedia. Ogni tanto partiva una corsa contro il tempo, sapevo che non appariva subito.

Appena spegnevo la luce c’era il buio totale, quella dimensione in cui non si riesce a trovare la differenza tra tenere gli occhi chiusi o aperti. Poi, man mano mi abituavo, distinguevo dapprima le aree della stanza, poi qualche oggetto, gli angoli dei mobili intravisti solo se gli occhi guardavano dalla parte opposta, e infine le forme.

Tutto questo durava solo pochi minuti, è tecnicamente impossibile addormentarsi prima. Quindi succedeva che me ne stavo lì a scavare con gli occhi dentro quel buio, e trovavo altro buio, un po’ più definito, più rotondo e più vicino. Puntualmente veniva fuori quella forma, e la fissavo fino a quando non sentivo le palpebre pesanti e volevo solo lasciarmi andare, ma non potevo. Più chiudevo gli occhi e più la vedevo vicina, era l’unico momento in cui mi faceva paura, quando ero ancora più al buio di quanto già non lo fossi.

Cedevano sempre prima gli occhi. Quando mi svegliavo non c’era più, è come se fosse un altro buio ancora, ma fresco a differenza della sera, molto più leggero, mi sentivo quasi sospeso su di una morbida superficie e pensavo alla luce che attendeva fuori. Le forme diventavano oggetti veri, i capelli neri di Samara ritornavano schienale della sedia. Non me la ricordo l’età che avevo quando ho smesso di vederla, ma da un giorno all’altro non c’era più, forse si è mosso qualcosa dentro di me che l’ha accettata, so solo che non c’era più.

L’ansia non è direttamente collegata ai capelli di Samara, per nulla in realtà. L’ansia è il buio figurato che mi ricompensa della luce intensa durante il giorno, quello piantato ben dentro di me. Io lo definisco un fantasma perché tu lo vedi ma in realtà non esiste. Bisognerebbe fare come con le forme nel buio, cedere alla fisiologia e addormentarsi.

La progressione dell’ansia sulla mia persona ha fatto sì che non cedessi. Non ce la sto ancora facendo a farla entrare dentro di me, entro in una dimensione particolare che forse è la parte più profonda del buio, anche se c’è luce mi sembra di non vedere niente.

Non è un buio scuro, un buio buio. È illuminato, caldo d’estate e ventilato in primavera. È come un muro, non fa differenza che ci sia o meno il sole, c’è sempre un muro davanti.

Vorrei ridurre il buio a una dimensione meteorologica perché mi accorgo che quello che faccio è stupido, e lo faccio perché dentro di me non ci vedo nemmeno con la luce.

Vorrei che la soluzione fosse a portata di interruttore, come quando a novembre le giornate sono così scure da dover accendere la luce alle 9 di mattina, ed è così facile quando succede. Per questo dicevo che il buio sono io, perché la luce come si spegne la si riaccende, con tutto quello che vuol dire.


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