LA COPPA

di Camilla Tomadini

ISSUE #33 - Cantagallo

Mi chiamavano puttana. Avevano ragione. Ora mi chiamano strega. Hanno di nuovo ragione. Ma qui, tra questi boschi, in questa terra aspra, celata agli occhi del mondo, il confine tra ciò che è sacro e ciò che è profano è come il fumo che si alza dai ceppi: agiti la mano e si disperde.

Accadde tanto, tanto tempo fa. Nella taverna l’aria era più irrespirabile del solito. Era arrivato un gruppo di cacciatori diretti a Est, che aveva aggiunto al normale tanfo di orina, vesti mal lavate e brodo di cotenna, l’odore acre delle pelli appena scuoiate. Io ero seduta in disparte con un boccale di birra, il primo della serata. Attendevo un cliente ma sapevo che nessuno si sarebbe fatto avanti prima che finché l’alcol non avesse convenientemente confuso i sensi e annebbiato la vista. Dopo, come sempre, sarebbe stata una lunga notte.

Poi entrò lui. Il mantello nel quale cercava di avvolgersi era lacero e incrostato di fango e sangue. La barba e i capelli si confondevano in un unico groviglio indistricabile. Ma gli occhi erano limpidi, e neri, due pozzi nei quali tutto il mio essere venne risucchiato all’istante.

Nell’improvviso silenzio della folla l’oste portò tutta la sua considerevole mole davanti allo straniero e gli domandò cosa volesse. Questi lo guardò con aria sfinita e a gesti cercò di spiegare la sua storia. Le parole che nel mentre gli uscivano di bocca risultavano a tutti noi totalmente incomprensibili. Io, tuttora non so come, riuscii a percepire nel suo racconto le grandi distanze percorse, la morte di un compagno, una fame ed una sete mai placate e la presenza, divorante, di un’entità superiore. Ad un certo punto lo sconosciuto con una mano si strinse la gola e con l’altra indicò le botti di birra, la sete… La sete. Ma l’oste scosse seccamente la testa e gli fece cenno di andarsene. Fu a quel punto che mi alzai. Andai vicino a quell’essere misterioso e lo aiutai a sedersi, poi chiesi che ci venisse servito quanto richiesto. Nessuno avrebbe osato rifiutare qualcosa all’unica prostituta del paese.

L’oste sbatté una caraffa sul legno consunto del tavolo ma, di proposito, non aggiunse nessun boccale per il mio ospite. Subito gli offrii il mio ma lui, con un sorriso mesto, svolse dalle vesti una coppa e la appoggiò tra noi sul tavolaccio.

Era finemente intagliata in un legno a cui non seppi dare un nome, e vi si riconosceva chiaramente la forma di un albero dalle cui fronde pendevano dei frutti, maturi e succosi, di un genere che non avevo mai visto.

Mentre osservavo affascinata quell’insolito oggetto egli vi versò dentro della birra torbida e, portatolo allo bocca, bevve come se non avesse mai bevuto un solo sorso da quando aveva rifiutato per la prima volta il seno di sua madre.

Ed io lo vidi. Solo per un istante il suo volto si trasfigurò in qualcosa di ultraterreno, di tanta bellezza e luce che per l’occhio era un tormento fissarlo. Ma io guardai. Lui, percependomi, posò la coppa e, avvicinato il suo viso, poggiò le le sue labbra sulle mie. Un solo secondo durò quel bacio ma, per me, dura ancora e da una un’eternità. L’universo intero fluì nella mia mente ed il passato, il presente ed il futuro si mescolarono straziandomi l’anima. Fu come se esseri al di là del tempo e dello spazio si accorgessero fossero accorti della mia insignificante presenza e si voltasserofossero voltati, all’unisono, a fissarmi. Non c’era benevolenza in quello sguardo, non c’era biasimo, curiosità o odio… Non c’era nulla. Solo… Coscienza.

Nell’attimo in cui si staccò da me, mani grosse ed incrostate di anni di sporcizia, rese ancora più dure da una rabbia animalesca, lo sollevarono di peso e lo trascinarono verso la porta. Tentai di fermarli ma poi colsi il gesto dell’uomo: accennò di no con la testa e sorrise, come se il momento della sua liberazione fosse vicino. Poi lui e la folla furono fuori, nel bosco, nel fitto, oscuro, cuore della foresta.

Non lo rividi più. A me rimase la coppa. Ne sono la custode. Lo sono da così tanto tempo. La gente mi chiama strega perché la mia essenza terrena continua, anno dopo anno, ad abitare questo mondo senza subire alcun cambiamento, solo il mio spirito, invisibile, invecchia. Bevo, bevo dalla coppa. Ma da quel giorno Dio, o chi per lui, non ha più permesso che la mia sete venisse soddisfatta.


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