La via più semplice

di Marco Brion

ISSUE #33 - Cantagallo

«Dove..… Dove dove devo appoggiare, Sua Eccellenza?»

La voce del giovane Ulrich, rimbombò sopraffatta su per la tromba delle scale.

Scalati a fatica gli ultimi gradini, bloccatosi di fronte il al portone che dava al sul pianerottolo della torre, attese.

Tenendola per il manico, reggeva a stento una grossa sfera armillare, in ottone pieno.

«Lì sul tavolo, col resto..…», borbottò Mikolaj dal terrazzo spalancato nella notte, trafficando con un’asta agganciata su di un cavalletto.

Il gelo serpeggiò fino a Ulrich – – che diede in un brrr, affrettandosi a far spazio fra carte astrali, pile di tomi e tutto un circo d’altre diavolerie.

Poggiato ch’aveva l’arnese, disse: «Eccellenza io..… io..?» ma, confusosi, già s’apprestava a scendersene di voltata.

Ecco però ch’ebbe come un ripensamento, e si blocco lì lì, senza parlar né muoversi.

Fuori dalle feritoie, un esercito di stelle stava schierato nell’oscurità che dominava la foresta.

La luna era un pallido lido di luce siderale.

A Olsztyn era stato un altro giorno d’attesa febbrile.

Le forze teutoni, accampate nel villaggio ai piedi del castello, s’erano mosse in fretta.

C’era chi -, entro le mura, vociferava di un assalto già l’indomani.

In questo clima, Sua Eccellenza aveva annunciato scorte e rinforzi in arrivo da Elbag.

Ma ciò che a Ulrich non tornava, però, erano state quelle sue strane parole, pronunciate durante la liturgia dominicale.

Così fattosi forza, avanzando verso Mikolaj – che ora si contorceva per mirar con l’asta –, disse: «Eccellenza, permettete una domanda? Prima che vada..…».

Mikolaj, voltatosi, gli gettò un’occhiata.

Il ragazzo teneva le mani in mano, lo sguardo sul pavimento, senza pero’ però riuscir di celar un certo pensiero.

Quello allora, sorridendo, rispose «Ma certo..…», e sedendo sulla seggiola, gli porse uno sgabello.

«… Sentiamo.», disse, battendoci sopra la mano. Così, quello sedette muto, movendo le labbra appena.

Mikolaj, colto quel rimembrare, attese, scribacchiando.

«Il Creato è l’azione prima in favore dell’Uomo…», esordì Ulrich d’un tratto, con voce chiara, «… Dio vide che era buono, così dice la Genesi. Indi, la Verità è relativa a Dio, e in egli solo il mondo trova comprensione, e diviene possibile per l’Uomo ragionevole…».

Senza che quello avesse tempo di stupirsi, Ulrich d’un fiato poi chiese:’ «… Che che intendevate, con relativa?»; e attese, tremante.

Mikolaj -, malamente sorpreso, prese e s’alzò, quasi volesse scansar quella domanda.

Tornando di nuovo sul terrazzo, tutto imbacuccato nel mantello, volse il naso all’insù.

«V’intendete d’astri e di mondi, giovane?», chiese.

«So dell’Ipotesi di Tolomeo…» ammise quello, vergognoso, «… e d’Aristotele qualche nozione…».

Mikolaj, voltosi a guardarlo, rise beffardo e lo chiamò a sé, col gesto di una mano.

Ulrich, stringendosi nella giacchetta leggera, s’affaccio pure lui.

Il chiarore del campo Teutone, illuminato da mille fuochi, fremeva come un tizzone in un caminetto spento.

Tutt’intorno, il mondo pareva un solo buio teso fra terra e cielo.

«Che ne direste…» chiese allora Mikolaj, mirando le stelle «… Se ora affermassi che lassù, invece d’una volta, vi fosse l’abisso?».

Il suo sguardo profondo fece intender la serietà della questione, tant’è che rimase in attesa così, ritto e immobile.

«Mi sentirei perso, Eccellenza, come in un labirinto…» confessò Ulrich, sfiorando per sbaglio l’asta sul cavalletto.

«E dunque, quale sarebbe il Vostro procedere verso la Verità?» incalzo’ incalzò Mikolaj, senz’ombra di scherno.

Ulrich allora si raccolse un attimo, e disse: «Seguirei il calcolo, l’ipotesi – o meglio, la via più semplice..…».

«E questo senz’altro…», concordò Mikolaj. Poi, presa di tasca una mela acerba, gliela porse.

Ulrich, senza osar di toccarla, la guardò ben bene.

«Ora, fingetevi di viverci su questo pomo che tengo in pugno. Che sia il vostro mondo. E calcoli alla mano…» continuò Mikolaj, «…Vi risultasse questo.» e così dicendo, la scagliò nelle tenebre, un po’ a casaccio.

Ulrich, scioccato, stette zitto e guardò di sotto, figurandosi in caduta libera nel vuoto.

Poi, scuotendosi, torno’ tornò a guardare Mikolaj.

Quello fissava il cielo, preso da uno sconforto inedito, che mai gli aveva visto in viso.

«Sua Eccellenza, Kopernik, m’affiderei al salto di Fede e… e…» balbettò Ulrich, senza riuscir a dire altro.

Sopra la torre, allora, calò un silenzio insopportabile.

Quella sollecitudine, sollevatasi d’un tratto nel vento, si sciolse come un nodo bagnato.

«E dici bene, ragazzo. Per aspera sic itur ad astra, così solevano dire gli Antichi…» ringhiò Mikolaj, indispettito, facendo per tornar dentro; «… Ma dove saltare, se le stelle son tanto distanti?».


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