Mediterraneo

di Gloria Tombolato

ISSUE #37 - Sette

Amooo, cinque stelle con vistaaa

Assume la posa plastica da modella anni novanta.

Primo giorno la città vecchia, secondo giorno la parte più selvaggiaaa

Riprende fiato e i pandora tintinnano.

Terzo giorno siti preistorici molto antichiiii

Voliamo su cieli opachi e atterriamo all’aeroporto più pidocchioso d’Europa.

Mi trascina per le strade intasate di una cittadina ambigua, dove guidano a sinistra e bestemmiano in un arabo bislacco, pieno di tumori.

Passiamo la notte immersi in un’atmosfera agghiacciante: l’Hilton è deserto, i gazebo strappati da questo mare che ha i denti.

Sul letto king-size pratichiamo sesso anale, coerenti con l’aria che tira.

Di giorno il sale le arrossa la pelle del viso in un modo disomogeneo che la fa sembrare malata.

Vuole comunque la foto sul belvedere, si aggrappa a quelle mura spesse e cieche, ed io immagino di gettarla giù, oltre i sassi madornali, per darla in pasto alle onde feroci.

Passo ore in uno stato di tensione sessuale ondivaga, che mi lascia vagamente nauseato.

A letto mi anticipa e si lancia in un pompino nervoso.

La guardo catatonico, lentamente appoggio le mani alla base del suo collo, dove affiorano i tendini.

Questa volta è facile, immagino i pollici che affondano nelle parti molli, senza sforzo…

Amooo non ti è piaciutooo?-

Torno a galla. Lei mi guarda interrogativa, devo fare più attenzione.

Sorge un sole di latte, noi percorriamo strade a rovescio e giungiamo al cospetto di certi altari antichi, inumani. Stonehenge al mare.

E poi accade di nuovo.

Lei è nuda, perfettamente truccata, com’è uscita dall’Hilton stamattina.

Sopra ad una pietra sono appoggiate le sue hogan dorate e la borbonese che le ho regalato io.

Legata, è cosciente e allarmata più che mai.

Io sono pronto: nella mano destra stringo una pietra mortale, un omicida paleolitico.

Accarezzandola, scopro che è bagnata e mi viene duro come i massi di questa necropoli.

Attraverso un lieve vapore, mi vedo affondare la punta acuminata nella sua carne.

Tutto ciò che sento è denso, viscoso: è sangue, è sale, sperma, acqua.

L’ allucinazione scompare ma il fiato umido del mare è qualcosa di insinuante, che mi fiacca.

Al tramonto  vuole la cena di commiato, e ingoiamo zuppa pseudo-araba dal nome con molte consonanti. Il cameriere sembra odiarci.

Più tardi tento di replicare il sogno demente dell’ipogeo di pietra, ma non riesco a ritrovare lo stesso senso di ineluttabilità, e lei è completamente asciutta.

Mi guarda storto, esce sul terrazzo ingombro di insetti morti e fuma le sue sigarette corte.

I camerieri abbaiano e il mare ringhia, lì sotto.

Su quest’isola l’ho uccisa tre volte.

Tre genesi tre estinzioni una vita presa.


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