Propaganda

di Giulio Vellar

ISSUE #34 - Gazjeta

L’uomo dalla folta barba e baffi nerastri, vestito con una maglia sgualcita di lana grigia, un tulup chiaro logoro e sporco e degli scarponi consumati era dinanzi all’imponente porta smaltata di bianco con decorazioni dorate. Bussò aspettando riscontro.

Avanti”, disse una voce autoritaria all’interno della stanza.

L’uomo entrò pacato, controllando se al suo passaggio avesse lasciato qualche impronta d’unto. Quella stanza lo lasciava sempre senza fiato, estasiato dalla magnificenza degli intarsi con foglie auree alle pareti, dalla lucentezza cangiante degli specchi che risaltava ed espandeva la raffinatezza dei piccoli quadri adiacenti e del pavimento finemente lavorato, ma, soprattutto, dalla terribile potenza espressiva di quel colore ambrato che tutto inondava e tutto rasserenava, fagocitando qualsiasi cosa e sopprimendola appena vi si posasse sopra l’occhio. La ricchezza e la perfezione del potere. Quella doveva senza alcun dubbio essere la camera di Dio.

Pyotr Michajlovič siete ritornato quindi” disse la sagoma che, alla finestra, stava osservando il cortile esterno antistante.

Sì, sire. Scusate il modo indecoroso in cui mi presento, così sudicio e imbrattato, ma sono venuto appena ho potuto per fare rapporto” rispose Pyotr “senza contare che io sono solo un suo misero agente e non serve che utilizziate il patronimico”.

L’ossequiosità che il buon Pyotr provava nei confronti del suo interlocutore era palese e traspirava agitazione dalla sua bocca secca e impastata.

No batjuska che dite? Voi siete il mio uomo più fidato. La faccenda di cui lei era stato incaricato è stata portata a compimento?” chiese l’uomo che, mentre poneva la domanda girandosi, incrociò lo sguardo di Pyotr. Gli sorrise.

Sì, mio sire, ma…” l’aridità boccale aumentava.

Ma?” chiese lo Zar attendendo una risposta che non arrivò, e proseguì ”Suvvia Pyotr, sentitevi libero di dirmi tutto quello che vi è accaduto.”

Mio Zar, vi informo che sono appena tornato dall’ultimo paese in cui mi aveva chiesto di recarmi per la missione “Propaganda”. Ho reclutato altri uomini, ma ahimè le cose non sono andate come avevamo previsto.”

Raccontatemi tutto dal principio.”

Arrivato a Mshinskaya sono entrato nella locanda più affollata vestito da civile, come potete vedere, al fine di camuffarmi e di apparire amichevole. Al che ho osservato e studiato i clienti che erano ai tavoli, mi sono rivolto ad un gruppo di 6 uomini, quelli palesemente più poveri e ubriachi, mi sono presentato, rendendomi all’apparenza bisognoso d’interagire e di colloquiare, e ho offerto loro alcuni bicchieri di kvas, che dopo un po’ si è tramutato in vodka, e un piatto caldo di kaša e boršč Dopo averli saziati, con cibo e alcol, ho iniziato il mio sermone, successivamente, dopo averli aizzati sufficientemente, ho dato loro le bottiglie di vodka colme di benzina, le bandiere rosse da utilizzare come miccia e gli ho indicato dove eseguire il piano che poc’anzi gli avevo spiegato, rassicurandoli che voi vi eravate recato nella suddetta caserma per complimentarvi ed encomiare i soldati che la presiedevano. Al fine di rendere la mia storia più credibile mi sono finto un cosacco che scontento e rancoroso del vostro operato si era rivoltato al vostro volere.”

Nicola ascoltava tutto arricciandosi i baffi, seduto alla poltrona della scrivania, mentre al proseguire delle parole i suoi occhi azzurri splendevano allo stesso modo degli specchi ai muri. Rapito dal racconto di Pyotr, Nicola continuò a fissarlo, ma la mano sinistra era diretta, autonoma, verso il cassetto sulla parte bassa della scrivania, il quale conteneva poco meno d’una decina di lettere che lui estrasse e depose sulla superficie, tamburellandoci poi sopra le dita.

Ottimo, quindi come concordato hai dato ai contadini tutto l’occorrente. Questo è successo anche negli altri luoghi in cui ti eri recato prima?”

Sì, sire.”

Sublime. Come vedi” disse il sovrano indicando le lettere “ho ultimato di redarre le rivendicazioni degli attentati che, come tuo ultimo compito, dovrai recapitare alle sedi dei più importanti giornali della città. Dimmi però, fedele Pyotr Michajlovič che discorso hai usato per convincerli? Prova a recitarmelo qui, ora.”

Devo proprio mio Zar?”

Oh sì te ne prego. Sono tutt’orecchi.”

Pyotr ispirò profondamente, passandosi la lingua sulle labbra.

Potrei avere un bicchiere di tè? O dell’acqua?”

Il samovar si sta scaldando, quindi se vuoi puoi versarti un bicchiere dal tavolo lì in fondo. Pyotr si avvicinò tremolante al tavolino e si dissetò. La bocca purtroppo gli rimase completamente asciutta.

““Sveglia! Il contadino detiene il potere! Senza braccia per portare il cibo alla bocca non si sopravvive. Muli da soma che tirano aratri su distese sconfinate e  centinaia di desjatine, mentre grassi fattori si sbottonano il redingote e  sonnecchiano in panciolle bevendo champagne e trangugiando il nostro raccolto, contando contanti macchiati del nostro sangue.
Lo Zar è l’incarnazione del male, vede solo Dio, o il Diavolo, e sé stesso. La Santa Madre Russia è degli agricoltori, dei contadini. Vedete voi nella grande Pietrogrado o Mosca o Baku, lavorare 18 ore al giorno per un tozzo di pane e poca acqua sporca, per poi tornare stremati in case sovrappopolate e malandate, letti a castello e tutti ammucchiati, a convivere con topi e pulci, da moglie scheletriche coperte da sarafan troppo vuoti e figli sanguinolenti che calzano lapti sfibrati. Siamo tisici che attendono solo di morire per potersi finalmente riposare. La dittatura deve essere del proletariato. La Russia è dei russi, non di aristocratici e ricchi bambini troppo cresciuti e viziati che sperperano denaro e vite umane in una guerra inutile da cui guadagniamo solo stenti e denti spezzati come fosse tutto un gioco questa vita. Una rivolta armata è quello che ci vuole contro questa gente! Ricordate a gennaio ad Odessa una decina d’anni fa che successe? La domenica di sangue, sì. Dobbiamo ripagarli con la stessa moneta. Uccidiamo il Diavolo con l’oltre dell’acqua santa, con cui ci annebbia la mente per renderci più mansueti e confusi e separati, con il nostro credo appassionato e con il fuoco. Trasformiamo questo stato freddo e polare col calore del fuoco rosso della rivoluzione. Abbattiamolo con la nostra forza, siamo un tutt’uno, siamo il Popolo! i menscevichi con le loro riforme graduali non otterranno mai nulla, la Russia ha bisogno di una bomba! Colpiamoli nei loro punti nevralgici e abbattiamo questo animale malato. Benestanti che si credono divinità sono bestemmie che camminano, che con i loro giochi di letto si sollazzano e si divertono, tra starec amanti di zarine e soggezioni e suggestioni, mentre il popolo soffre impotente al più flebile sbalzo d’umore d’un uomo così debole da non riuscire nemmeno a tener la moglie buona. Come credete possa essere in grado di comandare degnamente uno stato? La nostra bandiera è rossa come il sangue versato dai nostri compatrioti e il nostro grido solo un urlo straziato che infrange timpani e crepa i cuori dei compagni che ne hanno abbastanza di tutta questa sofferenza immeritata. La nostra bandiera deve essere altresì imbevuta del sangue dell’oppressore, del sangue dello Zar.”

Nicola iniziò ad applaudire “Meraviglioso, Pyotr. Meraviglioso.”

Non merito niente signore. Sono solo frasi fatte. Concludo dicendo che come detto precedentemente, voi avreste presenziato nella caserma vicino al centro abitato per congratularvi con le truppe. Questo ovviamente in ogni località da noi scelta.”

Mi ha emozionato altroché. Poteva avere un futuro come attore al Mariinskij, ma penso che come capo dell’Okhrana si troverà meglio, non crede? Solo una cosa Pyotr, perché ha detto che purtroppo non è andata come avevamo sperato? Che è accaduto?”

Pyotr inizio a balbettare, titubante “Il piano era perfetto sire. Avevamo pensato a tutto. I contadini arsi e spolpati d’ira avrebbero lanciato le bombe sulle caserme, uccidendo appena qualche soldato, finendo massacrati, e con le nostre rivendicazioni fasulle i bolscevichi si sarebbero inimicati tutta la popolazione. Ho aspettato impaziente l’inizio degli attacchi, ma nulla, niente si è mosso. Tornando così alla locanda ho trovato la polizia che aveva circondato il luogo, chiesi informazioni a riguardo e il poliziotto mi disse che tutti gli uomini all’interno, tutti quanti, evidentemente già spasmodicamente ebbri, si erano scolati le bottiglie di benzina per errore, morendo cantando canzoni e strofe goliardiche e giocando a boston su tovaglie rosse. Ringraziandolo, me la squagliai immediatamente. Cercai notizie anche sugli altri uomini reclutati negli altri paesi, ma la storia incredibilmente era la stessa. Tutti gli uomini morti, signore, per lo stesso motivo. Ubriachi e intossicati fino alla morte, schiavi dei loro vizi, impotenti e spauriti di fronte al cambiamento e persi quindi nell’oblio confuso e sfrontato che li aveva tragicamente attratti. Mi perdoni, signore, ho fallito.”

Nicola era senza parole, iniziò ad appallottolare le lettere ad una ad una, gettandole nel cestino, per poi accendere un cerino per eliminare ogni prova di quel maldestro tentativo di sopravvivere. Il fumo iniziò ad ammassarsi nella stanza, costringendo lo Zar ad aprire una parte degli infissi per far passare aria. Pyotr era sparito, forse.

Basito, lo sguardo severo e perso e incerto torna agli scuri ancora chiusi, ma questa volta rivolto oltre il vetro appannato che Nicola ha tentato più volte, inutilmente, di pulire col dorso della mano, oltre quel cortile sommerso dalla neve pallida e indifferente, oltre quella cittadina di poco conto in cui tra le sue strade vuote s’ospitava il silenzio ingombrante che la vita avvolgeva e Carskoe Selo s’imponeva eterna, oltre decine e decine di verste di distanza verso l’ingrata Pietrogrado che con i suoi lontani vociferii e ovazioni e baraonde nelle fabbriche e nei campi gremiti, trasudavano e tossivano espellendo fango e olio motore, mentre in sottofondo, lì nella camera d’Ambra, rimaneva solo il samovar che sbuffava in un finale di fiati in crescendo, come il canto del cigno che stride forse per l’ultima volta, e gorgogliava impetuoso, emettendo tormente e folate e raffiche di vapore che era quella cadenza marziale di marce e d’impatti di stivali sul selciato che poco alla volta gli si avvicinavano con una pressione inarrestabile d’un ticchettio d’una bomba pronta ad esplodere per portare con sé il mondo e una cultura intera.


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